Ave Maria

Un lettore affamato di parole corpose,

oggi, vede

legge e sente,

notizie,

alquanto confuse.

 

Zig Zag

Zig si è appena appisolato mentre tiene in mano un giornale; Zag, la sua compagna, dorme già da un minuto. Oggi, come tutti gli anni, vanno a trovare la sorella di Zig che si trova dall’altra parte della città.

Ieri, come le altre volte, Zig ha detto: “Ma che ci andiamo a fare da Tic… tanto non ci riconosce!”

Zag, questa volta, ha risposto:

“Il testamento

le va fatto firmare

prima,

e non dopo il funerale.”

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Tic Tac

Era bella, Tic, con i suoi capelli ricci al tatto di seta. Parlava sempre con un tono di voce delicato – quasi impercettibile – e la si poteva riconoscere dal suono armonioso del suo passo accordato al ticchettio dei piccoli tacchi delle graziose scarpe da bambola che Tic sempre indossava. Aveva tanti amici, tutti innamorati di lei; però, solo uno poté sposarla – per la consonanza: Tac!

Tic Tac si sposarono di mercoledì, il ventisette ottobre del millenovecentosettantasette e non vissero mai per sempre insieme, ma solo un dì felici e contenti, poiché Tac morì il giorno delle nozze, alle diciassette e ventisette.

I due si sposarono in una chiesetta a ridosso di un piccolo villaggio immerso nel bosco. Nel villaggio c’era solo un ristorante, detto il Lupo.

Dopo il pranzo gli sposini decisero di fare una passeggiata. Seguendo una mulattiera lungo la parte posteriore del Lupo, sbucarono su di un viottolo sterrato, per poi scomparire nel bosco. I fusti degli alberi, a vederli, parevano essere afflitti dall’edera e i viottoli laterali erano ormai divenuti inaccessibili a causa dei folti rovi. Aveva smesso di piovere da qualche ora e ad ogni passo le loro scarpe sprofondavano nel fango, tanto che quelle di Tic erano ormai diventate completamente marroni.

Dopo la vista di tante foglie, fino a ieri secche e adesso fangose, improvvisamente, Tac scoprì un fiore mai visto prima, ricolmo di petali bianchi che parevano piume d’angelo; aveva lo stelo lungo e nero. Lui pensò subito di coglierlo per la sua cara amata, anche se si trovava in mezzo ai rovi. In poco tempo riuscì a passarci in mezzo e coglierlo senza farsi male, a differenza della settimana precedente, quando, nel giorno in cui era andato a pescare al fiume insieme a Zig, si era graffiato sul polpaccio della gamba destra.

Soddisfatto, Tac, avvicinò il fiore al volto di lei che lo annusò e sorrise; poi lo nascose tra i suoi ricci legandole i capelli con lo stelo. Pensò, così nessuno lo avrebbe mai potuto vedere e quello sarebbe rimasto il loro primo piccolo segreto. E senza parlare, ripresero a camminare sereni nel bosco – il vento aleggiava loro vicino; non potevano immaginare che da lì a meno di un’ora, appena avrebbero fatto ritorno al Lupo, Tac avrebbe cominciato a tremare e sarebbe stato portato d’urgenza in ospedale, dove, troppo tardi, dalle analisi sarebbe risultato che il giorno in cui Tac si ferì al polpaccio, purtroppo aveva contratto la sindrome di Weil: una forma grave e fulminante della malattia trasmessa dai roditori, volgarmente detta leptospirosi itterica.

Appoggiata al vetro di una grande finestra, da dove si poteva vedere in lontananza la chiesetta affogata dal bosco, Tic chiuse gli occhi, quasi non respirava, perché solo a questo pensava: “Tra miliardi di rami e triliardi di spine, un topo, uno solo c’è andato, e proprio su quella ha urinato.”

I dottori fecero tutto il possibile per fargli passare la febbre alta, ma il quadro si complicò: a nulla servirono le medicine, gli venne la meningite e in poche ore Tac, spirò.

Tra miliardi di rami e triliardi di spine, un topo, uno solo c’è andato, e proprio su quella ha urinato.”

Alle diciassette e ventisette Tic riaprì gli occhi, ma la mente era già sfiorita.

(Inedito Cartafàccio)