Diva pregava

di Linda Manfredini


Pubblicato su Ricognizioni il 19 giugno 2019

 

Diva pregava

Diva correva con la bicicletta sulla mulattiera sconnessa, per portare i panni puliti alla Certosa. Il fratello, quasi sacerdote, mentre l’aspettava al solito posto vicino alla fontana, al fresco, sotto all’olmo, leggeva il breviario che teneva sempre con sé – come se fosse una reliquia. Indossava la talare nera, perché all’epoca, era il 1933, tutti i sacerdoti e i seminaristi la indossavano. Non era una moda, ma la regola; oggi da molti abbandonata, ma non da tutti.

La vita alla Certosa scorreva lontana dal fragore del mondo. Il silenzio predominava, interrotto dai canti liturgici in latino. Diva lo sapeva, non perché glielo avesse detto il fratello quasi sacerdote. Ma perché lei conosceva un posto segreto fuori dalle mura della Certosa; un angolino da dove poteva ascoltare quella vita. E lei stava lì in quel cantuccio, ad ascoltare per ore. Non certo per spiarli, ma perché così poteva sentirsi vicina al Signore, sognando di averli tutti come fratelli, mentre sgranava il suo piccolo rosario fatto di grani di legno. “Oh, se fossero tutti miei fratelli”, pensava, “tra qualche anno avrei potuto ricevere tante benedizioni al giorno, quante il numero dei pretini”. Ma lei poverina, si sarebbe dovuta accontentare di una soltanto.
Appena finito di sgranare il suo rosario, Diva riprendeva la bicicletta che aveva lasciato sotto all’olmo e, pedalando lentamente, cominciava a cantare avviandosi verso casa.
In famiglia erano in dodici, tra fratelli, sorelle, il babbo e la mamma. Ognuno aveva il suo compito; a Diva era stato assegnato l’incarico di andare a fare fascette.
All’epoca i boschi venivano mantenuti puliti in questo modo, dato che le persone dei villaggi andavano a raccogliere i rami, le foglie secche – e persino i cardi, per potersi riscaldare a casa col camino. E chi viveva vicino al fiume, sapeva che, se vedeva una pietra messa sopra a un pezzo di legno, o sopra a qualsiasi altra cosa, qualcuno sarebbe tornato a prenderli da lì a poco.
La vita era dura! E forse, anche per questo, le persone erano forti, le famiglie numerose, le chiese piene di fedeli e soprattutto, come diceva Diva – “c’erano tanti pretini!”. Erano talmente tanti che molti potevano dir messa soltanto agli altari laterali.
Alla sera, fino a che non comparve la televisione, tutta la famiglia si ritrovava insieme a pregare il Rosario prima della cena; sotto il quadretto del Sacro Cuore da un lato, la Madonnina dall’altro lato e il Crocifisso a guardarli dall’alto.
Queste erano le immagini che si potevano vedere in quasi tutte le case di un’Italia rurale cattolica, oggi defunta.
Adesso sono tutti morti! Anche Diva… riposa, sotto la terra, nell’attesa della resurrezione dei corpi. La sua anima è in Paradiso, come potrebbe essere altrimenti! Il Signore, nella sua immensa Misericordia, le ha fatto la grazia di purgarla in questa vita.
Dopo aver ricevuto gli ultimi sacramenti, per tre anni è rimasta inchiodata al suo letto paralizzata – solo gli occhi muoveva. Ma Diva sapeva: il suo corpo deforme, piagato, e umiliato dall’incontinenza, un giorno, sarebbe tornato ad essere giovane, bello e splendente, quando risorto.
Per tutta la vita, Diva, ha pregato il Santo Rosario – diceva: “Una corona per i vivi, e una per i morti”!
Persino nel suo letto di spine, muta e paralizzata, seguitò a fare orazione continua. Emetteva sempre, tutti i giorni, due suoni in sequenza, per delle ore… a noi sembravano soltanto dei suoni. Invece, Diva pregava: “Ave Maria, Santa Maria”.
Lo capii perché ogni volta che le dicevo Ave Maria, lei rispondeva con il secondo suono. E se poi rimanevo in silenzio, Diva emetteva il primo suono, allora io rispondevo: “Santa Maria”.
Sicché, Diva, col sorriso e occhi puri – Ave Maria, Santa Maria, pregava.