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Edizioni del Cartafaccio

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SONO IN LAVORAZIONE

Letture per coltivare la Mente, educare il Cuore e praticare le Virtù
Abbassarsi coi piccoli

L'affabilità consiste nel ricevere cortesemente coloro che ci sono “inferiori”, ed è un’amabile dote che dovrebbe essere in modo speciale propria dei grandi per nascita, per censo, o per impiego.

Più si è in alto per natali o per posizione sociale e maggiormente si dovrebbe avere dolcezza ed affabilità.

Sì, chiunque desideri ottenere l'amore altrui, ami di rendersi caro ed accessibile, si mostri a tutti ornato di quella nobile e semplice bontà che dà pace e conquista i cuori, faccia che chiunque l'avvicini se ne parta soddisfatto e con l’animo ripieno di stima per lui. A ciò si richiede in primo luogo di bandire dalle parole l'orgoglio e l'ira, che nulla aggiungono alla dignità, che anzi avviliscono i grandi; in secondo luogo, prevenire con accoglienza ripiena di dolcezza quel timore naturale, frutto forse di eccessivo rispetto, che gli inferiori hanno per i grandi.

Un esempio di questa affabilità viene ricordato dalla popolare tradizione. Un sindaco delle nostre Alpi doveva ricevere il re e pronunciare l'inevitabile complimento. Lo scrisse, lo studiò, si provò più volte nel santuario della sua camera a declamarlo, ed era felice nel vedere come la sua memoria lo servisse eccellentemente.  Ma, arrivato il re, egli, si diede una tiratina ai baffi, incominciò:

«Sire, la gioia degli animi nostri nell'accogliere la V. Maestà è sì grande che...»


e non poté più dire altro. Ricominciò, ripeté quel benedetto che tre o quattro volte, sudò, divenne di porpora, ma per quanto sforzasse la sua mente, non riuscì a mettere assieme il suo discorso. Il re però non lasciò a lungo sulle spine, ma con il più amabile sorriso, e dando allo sventurato sindaco una gentile stretta di mano: Sì, sì, gli disse, la vostra gioia è davvero grande che non potete esprimerla.

Quanti felici della terra rigettano con mal garbo gli omaggi dei dipendenti e dei poveri!

Ma bisogna essere di cuore ben duro ed insensibile per non amare di mostrarsi buono ed affabile, per ricevere con indifferenza e con disprezzo le prove di rispetto degli “inferiori”.

Non è forse dichiararsi immeritevoli d'amore, il respingere le più dolci testimonianze d'affetto? Non è forse un avvilirsi, disprezzare a tal punto i nostri simili e rigettare i loro omaggi con un fare così sprezzante che merita esso stesso il disprezzo?

Spesso, è ben vero, più che l'orgoglio è il carattere nostro che getta oscure nubi sul nostro volto, per cui si allontanano o si intimidiscono coloro che desiderano avvicinarci, ma ciò potrà forse giustificarci?

Sarà dunque lecito ai fortunati del mondo d'esser duri, sarcastici, ineducati verso i miseri oppressi da dolori o da povertà, che cercano presso loro un conforto, che sentono il bisogno d'espandersi, che implorano una dolce parola?

Non sarà barbara cosa far pesare la gravità dei capricci sopra chi già geme sotto il giogo della autorità altrui o della sventura? Chi ha cuore comprende quanta dolcezza vi sia nell’abbassarsi coi piccoli, nel trattarli dolcemente, nell’ascoltare le loro pene, nel porgere loro col sorriso dell'amabilità una parola di consiglio o di conforto, un appoggio cortese, un generoso aiuto!

I grandi, i nobili, i ricchi, gli influencer (n.d.r.) non di rado lamentano il disprezzo della plebe. Ma questa plebe chi la educò al disprezzo se non la loro alterigia, i loro sdegni, le loro durezze, il loro disprezzo medesimo? I titoli, l'oro, la dignità col loro splendore destano l'invidia dei miseri, è vero, ma, se questo splendore fosse un tantino offuscato dalla carezzante luce dell’affabilità, allora ben presto l'invidia, l'odio del povero contro il ricco morirebbero, e si vedrebbe sollevarsi dal basso una bianca e splendente nube di ammirazione, di rispetto, di confidenza, di amore, di gratitudine verso i grandi; si vedrebbe regnare fra le diverse classi sociali quella invidiabile armonia che, purtroppo, ai nostri tempi è solo più un ricordo storico ed un pio desiderio.

Se l'affabilità fosse virtù difficile, vorrei scusare la durezza di taluno; ma quale cosa vi è di più facile di una parola inspirata ad umile carità, di un grazioso sorriso, e talvolta di un solo semplice sguardo? Quanto insensato, dunque, è l'orgoglio di coloro che con severo cipiglio pare si studino d'allontanare continuamente da sé medesimi quei cuori che con tanta facilità potrebbero attirarsi e rendersi affezionati!

Siamo affabili con tutti, poiché, dice l'illustre Massillon, l'affabilità è la dote caratteristica della vera grandezza. I discendenti di stirpe veramente nobile, ed a cui niuno contesta la superiorità del nome e l'antichità d'origine, non portano punto l'orgoglio sulla lor fronte; essi, se fosse loro possibile, terrebbero nascosta la propria dignità. Si sente e si vede però da tutti la loro grandezza per quella nobile semplicità che traspare in ogni loro atto.

Sì, la dolcezza e l'affabilità rendono rispettabili più che la nobiltà del sangue e del censo; valgono più che i titoli e l'oro ad attirarci l'affetto dei cuori e la stima del mondo.

 

G. B. A.

La Buona Settimana, Torino 1892