Tic – Analisi e commento di Antonella Grieco

Grazie all’osservazione di una nostra lettrice, abbiamo preso spunto per un’analisi testuale del racconto, scritta e messa a punto dalla mia editor, Antonella Grieco.

Buona lettura!

 

Tic – Analisi e commento di Antonella Grieco dottoressa magistrale con lode in Filologia Moderna.

 

Questo racconto di fantasia, apparentemente semplice e breve, è in realtà molto complesso e profondo… In che modo? Sarà il testo stesso a rivelarcelo.

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Innanzitutto, come è possibile notare sin da subito, già la forma del racconto è molteplice e diversificata: insieme alla prosa sono presenti parti in versi, veri e propri stralci di poesie, e inoltre – elemento niente affatto accessorio – un’immagine. Questo ritratto di scena quotidiana lega la considerazione generale presente nel titolo con l’inizio della narrazione vera e propria: dal disegno, e dal titolo che lo descrive, capiamo che l’atmosfera fiabesca del racconto è in realtà immersa nel contesto del mondo di oggi. Persino i nomi di fantasia Zig e Zag, che sembrano evocare inizialmente solo un gioco di parole, si riallacciano vagamente ai tratti orientali dei due che vediamo nel ritratto… Insomma, un mix di fantasia e realismo, mix che ritroviamo poche righe dopo, quando la gretta avidità di un personaggio quanto mai reale come Zag si esprime in un immaginifico dialogo in versi…

Poesia e prosa è precisamente il prossimo punto su cui soffermarci. L’introduzione di parti in versi porta con sé anche figure tipiche della struttura poetica (chiamate figure metriche), come le quasi-rime di “corpose-confuse” (questa coppia di parole forma propriamente una consonanza, in quanto, a partire dalla lettera accentata, c’è identità di consonante) e di “firmare-funerale” (che è invece un’assonanza, in quanto a essere identiche, sempre a partire dalla lettera accentata, sono le vocali). L’effetto di questi inserimenti, all’interno di un racconto, è sia piacevole che destabilizzante per un lettore: dove ci troviamo? Nel nostro mondo attuale, fatto di metropolitane, giornali, notizie confuse e parenti che vanno a trovare un’anziana malata per opportunismo? Ma nel nostro mondo non parliamo mica in versi… Siamo allora catapultati nell’universo di questi personaggi, con i quali dovremmo, si suppone, immedesimarci e vivere per riflesso le loro avventure? Eppure, sin dal titolo, l’autrice sembra volerci allontanare da tutto ciò, con un commento poetico che ci fa sentire la sua voce, e il suo ironico distacco…

E infatti, non ci troviamo in nessuno dei due posti sopraddetti, ma in uno che li unisce e li completa: il magico mondo del raccontare, che si svela continuamente con questi espedienti e rompe in noi l’illusione scenica, come un attore pirandelliano che nel bel mezzo di un atto teatrale dica al pubblico: “Io sto recitando!”

Ma gli effetti della poesia in questo racconto non finiscono qui: le parole di Zag non sembrano tratte da un discorso reale, vivo, che potremmo sentire nella nostra realtà di tutti i giorni? In questo racconto, la poesia non è messa là per sublimare, elevare, astrarre o simili… al contrario, la poesia calca ancor meglio le cadenze del quotidiano, i ritmi del parlato.

Ce ne ha dette di cose il testo in queste poche righe (e versi) iniziali… E pensare che ancora non siamo giunti al corpo del racconto vero e proprio! Infatti, non sono quelli che abbiamo finora conosciuto i protagonisti della storia, né il tempo in cui essa è ambientato è quello che li vede ormai anziani.

Nel secondo capitolo il focus si sposta su un’altra coppia, quella di Tic e Tac, e il tempo fa un balzo indietro (flashback), fino ai tempi della loro giovinezza. Anche la struttura narrativa si dimostra quindi complessa e imprevedibile.

Un’altra buffa coppia di nomi, neanche questa volta scelta a caso: Tic Tac è il tempo che scorre, e il tempo è il tema portante della loro storia: il tempo avaro, portatore di una felicità durata solo un giorno e di un destino inesorabile. Se due personaggi hanno nomi che rievocano il tema che guida i fili della loro storia, ciò può voler dire solo una cosa: stiamo di nuovo di fronte a una scelta “metateatrale” dell’autrice, che gioca con i confini di illusione e consapevolezza del racconto. E ancora, difatti, troviamo frasi che danno l’idea di versi poetici (addirittura il compianto di Tic per il suo amato è ripetuto due volte, come un ritornello) e persino un esplicito commento rivelatore da parte della narratrice (Tic non poté che sposare Tac per via della consonanza… ovvero per un motivo letterario!), ma soprattutto…

il ritmo. Forse il vero protagonista di questa storia. D’altro canto, se, come si è detto sopra, il tempo è il filo conduttore della storia, uno stile sensibilmente ritmato non poteva che essere la sua naturale controparte.

Il ritmo guida le immagini, guida le parole, guida la punteggiatura, guida le costruzioni sintattiche. Prendiamo come esempio la descrizione iniziale di Tic. Qui la sua bellezza è descritta non nella sua totalità, ma attraverso le immagini della sua voce e del suono dei suoi tacchi (figura retorica chiamata sineddoche: la parte per il tutto). Ciò che è più di impatto, però, è che noi questo suono quasi riusciamo a sentirlo: come non notare, in questo passo, la ripetizione insistita delle lettere “t” e “c” (che sono poi le due consonanti del suo stesso nome)? Questo uso di parole che presentano ripetizioni di lettere uguali è una figura retorica di suono che prende il nome di allitterazione; qui è sapientemente sfruttata non solo per evocare effetti di descrizione sensoriale (il lettore riesce a udire il suono dei tacchi descritto tramite le parole), ma anche per lasciare un messaggio. Non è un po’ troppo lunga questa frase, un po’ slegata, sintatticamente ingombrante? È la riproduzione del tempo: intermittente e senza fine, greve e lieve, sempre dritto per la sua strada. In generale, in questo racconto il tempo è un suono: ed è infatti un suono “il ventisette ottobre del millenovecentosettantasette”, come sono un suono “le diciassette e ventisette”.

Prendiamo un ultimo esempio: Tic e Tac “non vissero mai per sempre insieme, ma solo un dì felici e contenti”. Questa parte di frase è incastonata tra i numeri di date e orari che ho riportato sopra: qui si preannuncia un elemento nuovo e opposto rispetto al tempo: l’eternità. L’eternità è inizialmente negata (“non vissero mai…”) e poi lasciata a prefigurarsi in un solo “dì”, ed è proprio questo il senso della costruzione sintattica avversativa e parallela di questa proposizione. In questo dì, il tempo sparisce (da notare le scarpe di Tic, ora infangate e non più emanatrici di suono), simboleggiando sottilmente che può forse essere eterno, per la nostra coscienza, il breve e precario dì della nostra vita, se luminoso e pieno come quello dei due innamorati. Con tutte le considerazioni etiche o filosofiche che ne conseguono…!

[Precisazioni ulteriori: come dicevo sopra, la sintassi e la punteggiatura sono spesso dettate dal ritmo, che permette, con una licenza stilistica alla grammatica convenzionale, di separare ad esempio soggetto e verbo con una virgola, se il soggetto è l’elemento su cui dobbiamo calcare la nostra intonazione. Inoltre, in altri casi, le regole sono smussate per esigenze diverse, come quella di creare l’immediatezza di un racconto quasi narrato a voce più che scritto, espediente che suggella le miscele di realtà e fantasia e di poesia e prosa che si sono sopra analizzate. Mi riferisco in particolare alla frase: “Pensò, così nessuno lo avrebbe mai potuto vedere e quello sarebbe rimasto il loro piccolo segreto.” Se dovessimo essere puntigliosi, qui bisognerebbe correggere in questi due modi: “Pensò che così nessuno lo avrebbe mai…” oppure “Pensò: ‘Così nessuno potrà mai…’” La scelta dell’autrice è invece particolare e mette sullo stesso piano sintattico l’atto di pensare di Tac e il contenuto del suo pensiero, alleggerendo la struttura come è leggero (nella sua complessità) questo racconto e agganciandolo a forme dell’oralità e della semplicità (apparente) del dire.]